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Scienza

Genesi di un virus. L’epidemia da coronavirus e perché non è un fenomeno inaspettato.

  1. Autori: N. Sushant (modelli matematici, finanza); B. Wallace (epidemiologia); M. Davis (agronomia, zootecnia); A. Chai (virologia); T. Aalto (biologia); C. Pearce (ingegneria genetica); R. Mazzei (agro economia, analisi dati).

Avviso

Quanto segue potrebbe indurre a pensare che il presente lavoro è frutto di aderenti a partiti politici di sinistra, socialisti o comunisti. Ebbene, non lo siamo. Non vogliamo etichette. Siamo un gruppo di studiosi e professionisti che lavorano nel mondo agroalimentare a vario livello e nell’ambiente finanziario e della ricerca scientifica. Abbiamo studiato in quelle che sono considerate tra le migliori Università, tra cui LSE, Harvard, Imperial College e altre. Crediamo sia giunto il momento di superare il sistema economico in uso e i suoi rapporti sociali di dominio. Quello che ebbe inizio in epoca rinascimentale circa mezzo millennio fa e che prende il nome di Capitalismo. Questo sistema ha dato molto al mondo ma ora – e non da adesso! – non funziona più. Non ci interessa nessuna connotazione progressista e tantomeno strizziamo l’occhio alle insulsaggini reazionarie conservatrici. A vietarcelo è innanzitutto la nostra intelligenza che, benché scarsa e indigente, ci porta anzitutto ad avere una certezza: sappiamo di non sapere.

Qualcosa scarseggia veramente in questo mondo opulento: la coscienza di classe!

Premessa

Nella presente analisi cercheremo di astrarci il più possibile dall’emettere giudizi di valore. Impresa non facile. Come ognuno di noi sa, non esiste concetto scientifico che non sia pervaso da una pertinente concezione del mondo.

Ora viene spontaneo chiedersi: Può qualcosa essere comunicato in modo totalmente acritico? No!

L’ingenuità può destare tenerezza ma non per questo si deve essere compiacenti.

Nella trattazione noterete anche un linguaggio talvolta irriverente. Non è arroganza, è che siamo fatti così e ci piace sdrammatizzare e divertirci. Non pensiamo di essere al di sopra di nessuno, siamo come tutti immersi in questo mondo, nelle sue contraddizioni e nella sua pochezza. Speriamo di poter dare con questo il nostro piccolo contributo. Grazie a chiunque abbia la pazienza di leggere e grazie lo stesso anche a chi non dovesse averla.

Produzione della Ricchezza e Socialità

Constatiamo (ebbene sì! Uno guarda e vede una cosa, un altro guarda e può vederne un’altra) che i rapporti sociali nel mondo intero sono improntati al dominio dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura. Non una grande scoperta, vero? Questo rapporto sociale – non importa se praticato da privati o dal governo – ha come norma fondamentale la legge; pertanto, lo Stato, nel suo afflato di guida del popolo, partecipa al gioco e tenta di regolarlo. Questo gioco prende il nome di Capitalismo, il modo di produzione che impera su tutto il pianeta e che in alcune nazioni si è meglio sviluppato come sistema economico gestito dai privati, con la partecipazione più o meno invasiva dello Stato, e in altri come vero e proprio Capitalismo di Stato. Il Capitalismo è in sé quel sistema economico attraverso il quale il Capitale paga il lavoro. Che ciò avvenga attraverso l’accentramento del Capitale nelle mani dei privati o che lo detenga in toto lo Stato non cambia la sostanza. Il dominio può esercitarsi attraverso varie forme ma rimane pur sempre dominio. In alcuni Paesi questo è più o meno oppressivo; tuttavia, anche una sola goccia di oppressione non rende gli individui liberi di potersi esprimere e vivere una vita pienamente umana.

Pertanto, nemmeno gli avanzati sistemi democratici occidentali ci rendono liberi, benché siano molto efficienti nel creare l’illusione della libertà. Certo, ci danno la libertà di scegliere tra questo e quello e magari anche di più di questo e quello. Tuttavia, come diceva Theodor Adorno, “La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta.”

La pestilenza cinese

Okay, bando alle ciance e veniamo alla nostra pandemia di virus SARS-COV-2 che provoca la malattia chiamata COVID-19.

Tutto ebbe inizio a Wuhan, nella provincia dello Hubei, nello Stato della Repubblica Popolare Cinese. Ma siamo sicuri che questo virus abbia un passaporto e quindi una nazionalità esclusivamente cinese? Non è che dietro di esso si nasconde il nostro mondo fatto di relazioni sociali dominate e di un modo di produzione che privilegia il profitto ad ogni costo e non permette agli individui alcuna scelta? In altre parole, non è che il sistema economico, pur nelle differenti fasi di sviluppo tra i diversi Paesi, sia causa delle nostre sciagure e che, come servi di un padrone che noi stessi abbiamo creato ma che non riusciamo a contrastare, ci domina senza darci possibilità di controllo? E se così è, perché non decidiamo di mettere questo padrone da parte e consegnarlo alla storia? Questa è una possibilità che ci viene data ogni giorno ma non la attuiamo poiché non abbiamo idea di come soppiantare un sistema di produzione che pure non funziona.

Pregiudizi, paure, asservimento, incapacità di essere realmente liberi, tutto questo si frappone tra noi e la nostra libertà. Non si tratta di ignoranza né di inadeguatezza tecnologica. Si tratta di consapevolezza di superare un mondo diviso in classi, frontiere e barriere di ogni genere che limitano lo sviluppo di noi come esseri umani.

Noi non proponiamo nessuna ricetta passatista, il motto si stava meglio quando si stava peggio non ci si addice. Tantomeno proponiamo stupidaggini quali decrescita e sostenibilità. Niente può essere sostenibile fintanto che il modo di produzione è improntato al profitto. Il benessere, che pure abbiamo conosciuto grazie al Capitalismo, non è mai stato realizzato per il nostro benessere in quanto specie umana ma per il benessere del sistema economico stesso che così poteva realizzare plusvalore da investire nel ciclo produttivo e darci merci da consumare, rendendoci l’illusione che domani sarebbe stato migliore.

Wuhan: la grande fucina o anche la grande fornace

Wuhan è conosciuta come una delle quattro fornaci della Cina insieme a Chongqing, Nanchino e Nanchang – e per onore del vero è spesso citata anche una quinta città, Changsha.

Si tratta di città molto dinamiche in prossimità della valle del fiume Yangtze, dove le estati sono umide e afose. Di queste, Wuhan presenta un’alta concentrazione di altoforni. Costituisce infatti il nucleo per le industrie dell’acciaio, del cemento e di altre imprese del comparto edile cinese. Il suo paesaggio è così costellato da altoforni a raffreddamento lento delle fonderie ancora in mano allo Stato, fortemente colpite dalla sovrapproduzione e costrette ad una nuova ondata di licenziamenti. Sono in essere processi di privatizzazione e ristrutturazione che, negli ultimi cinque anni, hanno provocato numerosi scioperi e proteste.

Wuhan è in pratica la capitale cinese dell’edilizia ed ha avuto un ruolo importante nel periodo successivo alla crisi economica globale del 2008. Quelli erano gli anni in cui la crescita cinese è stata stimolata dall’attrazione di fondi di investimento rivolti a progetti di infrastrutture e grandi operazioni immobiliari. Wuhan non solo ha alimentato questa bolla immobiliare con la sua esorbitante offerta di materiali da costruzione ma ha anche avuto un forte boom immobiliare. Si stima che nel 2018-2019 l’area complessiva destinata ai cantieri di Wuhan fosse pari alla superficie dell’intera isola di Hong Kong.

Oggi Wuhan è sotto sorveglianza e quindi vuota a causa dell’emergenza epidemica, come accade un po’ dappertutto ormai.

Il virus SARS-CoV-2 – e la sua malattia CoVID-19 – ha ucciso migliaia di persone – oltre 3 mila a questa data della fine di Marzo 2020 – molte più del suo predecessore, l’epidemia di SARS del 2003. Quasi tutti i Paesi sono stati costretti a fermarsi ormai per via della pandemia.

Notizie false e complottismi

Di questi tempi circolano fin troppe notizie false sull’epidemia. Complottisti, sovranisti, scientisti, tutti si danno da fare a mettere in piedi una storia che sia più o meno credibile e più o meno accettata.

Ciò che c’è di vero in tutto questo è che si scrive Coronavirus ma si legge Capitalismo.

Si badi bene. Nessuno si faccia illusioni. La scienza non ci salverà. Può darci una cura e perfino un vaccino ma non potrà liberarci dal ricorrere di questi fenomeni. Non può salvarci. Rifondare i rapporti sociali improntati ad una economia che abolisca per sempre il profitto può.

Non si hanno prove di quale sia l’animale dal quale il virus ha fatto il salto di specie (spillover). Esistono solo supposizioni al momento. Pertanto, la questione che i cinesi consumino cibi per così dire strani o poco igienici, non dà nessuna informazione con basi scientificamente serie. Purtroppo, tesi sballate diffuse da personaggi di vario genere contribuiscono ad aumentare l’odio verso i cinesi e gli orientali in generale. In Italia e in altri Paesi sono stati aggrediti cittadini di sembianze orientali, colpevoli di essere gli untori di questa nuova peste.

Il capro espiatorio è una delle caratteristiche della nostra civiltà dominata, non ne potremmo fare senza.

Economia epidemica

Le economie mondiali usciranno disastrate da questa crisi. La stessa economia cinese avrà un calo del PIL stimato al 5%, inferiore al tasso di crescita del già stagnante 6% dello scorso anno, il più basso degli ultimi tre decenni. Alcuni analisti affermano che la crescita del primo trimestre potrebbe scendere del 4% o più, e che ciò potrebbe rischiare di innescare una recessione globale. Da qui nasce una domanda: Cosa succederà all’economia globale una volta che la Cina andrà in recessione? Perché è bene ricordare a tutti i sovranisti e quelli che credono che la globalizzazione sia un fenomeno voluto dai politici o dall’avidità degli imprenditori – e non invece dalla insaziabile sete di profitto del Capitale stesso – che il mondo è anche economicamente connesso. Non si può separare il Capitale in cinese, italiano, europeo, statunitense etc. Queste sono cose che possono andare bene per chi crede ad ogni stupidata propagandata dal primo “ingenuo” sui social media.

I nostri consumi, le nostre voluttà, i nostri lavori iper-specializzati, la nostra tecnologia, in una parola il nostro progresso – se questo è progresso – non è stato gratis. Qualcuno ne ha dovuto pagare un prezzo molto alto. I bambini che lavorano nelle miniere, i bambini che muoiono di fame e di malattie, gli operai che sono schiavizzati in Cina come in tanti altri Paesi sono quelli che hanno pagato per noi il prezzo dei nostri guardaroba imbottiti di abiti, dei nostri ninnoli, delle nostre gozzovigliate in ristoranti da 4 soldi che invece che nutrirci ci ingozzano di cibi malsani. Il nostro sistema immunitario non reagisce a certi stimoli patogeni perché invece che creare un ambiente basico – quindi favorevole alla nostra salute – con la nostra alimentazione aumentiamo il livello di acidità contribuendo all’insorgenza di ogni malattia. D’altra parte, la gente comune non ha i soldi per alimentarsi con cibi sani e a Km 0. Il prezzo dei cosiddetti prodotti biologici è per le tasche di pochi e anche quando potrebbe essere più conveniente consumare un buon pasto in casa, andiamo a rimpinzarci di spazzatura, purché sia fuori dalle mura domestiche e spezzi la nostra routine, così che la nostra miseria esistenziale sia addolcita da un illusorio conforto.

Dire però che il Capitalismo è il colpevole dell’epidemia senza approfondire in che modo lo è, equivale a menar il can per l’aia e a mettersi sullo stesso livello di chi oggi lancia accuse alla Cina, o agli USA o al fatto che i governi centrali hanno perso potere, argomento questo molto caro alle insulsaggini dei sovranisti e dei cosiddetti nemici dell’Unione Europea. Per parafrasare una battuta di un divertente film di Hollywood, questo giudizio sarebbe profondo quanto una pozzanghera.

Economia e Biologia

La Natura, incluso i suoi substrati microbiologici, non può essere compresa senza far riferimento alle modalità con cui la società organizza la produzione. Il mondo naturale e il nostro mondo civilizzato e industrializzato – più o meno a diversi livelli – non sono due mondi separati, sono di fatto la stessa entità: tutto vive qui su questo pianeta chiamato Terra!

Se pensiamo a Wuhan come unico epicentro dell’epidemia dimostriamo di conoscere molto poco del mondo in cui viviamo. Se è vero che Wuhan è un focolaio, ne esiste un altro che brucia costantemente ed è presente in tutti i centri industriali del mondo e questo focolaio è costituito dall’agricoltura e dall’urbanizzazione del nostro sistema produttivo.

Per chi fosse meno avvezzo al tema, con agricoltura si intende tutto ciò che comporta la produzione primaria di cibo, quindi sia la produzione di frutta e ortaggi tanto gli allevamenti di carne e pesce.

Agenti patogeni si annidano e brulicano negli allevamenti e da qui nascono varie pestilenze che mutano e passano agli umani diventando più o meno aggressivi.

L’origine delle epidemie

Il virus all’origine dell’attuale epidemia (SARS-CoV-2), come il suo predecessore SARS-CoV del 2003, così come l’influenza aviaria e l’influenza suina prima, è fiorito là dove economia ed epidemiologia si incontrano. Non è un caso che moltissimi di questi virus abbiano assunto il nome di animali. La diffusione di nuove malattie alla popolazione umana è quasi sempre il prodotto di quello che viene chiamato zoonosi o trasferimento di patogeni da animale a uomo. In lingua inglese il salto di specie prende il nome di spillover.

Questo salto da una specie all’altra è favorito dalla persistente vicinanza tra animali e uomini, cosa che si verifica negli allevamenti intensivi industriali.

Mutando l’interazione uomo-animale mutano anche le condizioni in cui le malattie si evolvono.

Inoltre, il nostro mondo industrializzato e consumistico ha creato ulteriori situazioni in cui l’equilibrio tra uomo e natura è brutalmente messo in pregiudizio. Oltre strappare territori in cui specie animali hanno vissuto per millenni per inurbarli e costruire dunque città e siti produttivi, abbiamo inventato il turismo di massa nelle aree cosiddette selvagge. Non esistono ormai luoghi nel pianeta che siano sottratti alla sete di profitto da parte del nostro modo di produzione. I viaggi in luoghi esotici dove incontrare animali selvatici e feroci sono sempre più richiesti e le infestazioni “umane” – come sappiamo – comportano la modificazione dell’ambiente. Antropomorfizzare l’ambiente significa rubare spazi alla natura ma questa non si lascia intimidire e depredare senza presentare un conto da pagare. Ergo, le nostre pestilenze, più che avere a che fare con la natura, hanno molto a che fare con la nostra economia, il nostro modo di produrre la ricchezza.

R. G. Wallace, biologo specializzato in epidemiologia e agroecologia, nel suo libro Big Farms Make Big Flu (2016)  spiega bene la connessione tra il settore agroalimentare e l’eziologia delle recenti epidemie che vanno dalla SARS all’Ebola.

Epidemie e produzione agroalimentare

Queste epidemie possono essere grosso modo suddivise in due categorie, la prima nel cuore della produzione agro-economica e la seconda nel suo entroterra. Nell’esporre la diffusione di H5N1, noto anche come influenza aviaria, Wallace indica diversi fattori chiave nella geografia di quelle infezioni che hanno origine nel nucleo produttivo. I paesaggi rurali di molti tra i Paesi più poveri sono ora caratterizzati da attività agroalimentari non regolamentate che sorgono attorno alle baraccopoli delle periferie urbane. La trasmissione incontrollata nelle aree vulnerabili aumenta la variazione genetica con cui l’H5N1 può sviluppare caratteristiche specifiche per l’uomo. Diffondendosi su tre continenti, ed evolvendosi rapidamente l’H5N1 entra anche in contatto con una crescente varietà di ambienti socio-ecologici. Tra questi vi sono gli allevamenti di polli e le relative misure sanitarie, diverse a seconda del Paese.

Non c’è bisogno di dire che questa diffusione è guidata dalla circolazione mondiale delle merci e dalle migrazioni della forza lavoro. L’invasione da parte di popoli affamati verso i Paesi più avanzati è la conseguenza del modo di produzione e della sete di egemonia delle nazioni occidentali manifestatasi nel corso dei secoli con le campagne militari e la conquista di nuovi territori e in seguito con l’avanzata di sistemi più sofisticati di colonizzazione. Molti di questi cosiddetti extracomunitari lavorano nei nostri campi e nei nostri allevamenti. Non ci rubano il lavoro, fanno il lavoro che molti di noi non farebbero mai. Per non dire le condizioni cui sono sottoposti.

Tra di noi c’è chi per mestiere visita spesso campi e allevamenti e se anche voi vedeste cosa succede in quei campi e allevamenti, come sono trattati questi poveri uomini e donne e i loro bambini, come sono costretti a vivere e lavorare duramente per una paga che non può nemmeno dirsi di sostentamento, forse il morso della prossima frutta, benché dolce e succosa, vi lascerebbe la bocca amara.

La produzione forsennata che agglomera dunque animali e uomini in spazi sempre più ristretti, mette insieme ceppi virali precedentemente isolati o innocui in ambienti iper-competitivi che favoriscono l’insorgere di fattori specifici che causano mutazioni ed epidemie. Nei Paesi occidentali questi siti produttivi sono altamente tecnologizzati ma non sempre ben igienizzati, nei Paesi meno sviluppati non solo le tecnologie sono assenti ma anche l’igiene è molto carente. La logica di tutto ciò è sempre la stessa: massimo profitto, enormi quantità di prodotto per cercare di realizzare massimo profitto. La fucina ideale che aiuta i virus a compiere salti di specie (zoonosi) che si attuano attraverso la mutazione evolvendo la propria virulenza.

In termini assoluti, un virus ha più successo quando riesce a saltare da un individuo all’altro senza ucciderlo. Il comune raffreddore ha una virulenza maggiore del virus HIV perché necessita di una relazione molto più superficiale tra individui e mantenendoli in una condizione non così compromettente ha modo di incontrarne e infettarne molti. In altre parole, più è debole l’effetto sull’individuo infettato, più il virus si diffonde. Tuttavia, in certi ambienti la logica opposta riscontra uguale successo: dato che ogni virus replicandosi compie degli errori, perciò muta, questa mutazione in individui che hanno un ciclo di vita breve diventa per il virus un vantaggio evolutivo aumentandone l’aggressività.

Ancora una volta, l’esempio dell’influenza aviaria è significativo. Wallace sottolinea che gli studi hanno dimostrato l’assenza di ceppi endemici altamente patogeni dell’influenza tra volatili selvatici, fonte decisiva di quasi tutti i sottotipi di influenza. Invece, i volatili ammassati in allevamenti industriali, sembrano avere una precisa relazione con tali focolai, infatti Le monocolture geneticamente modificate di animali da allevamento tolgono qualsiasi tipo di difesa immunitaria in grado di rallentare la trasmissione. In breve, le dimensioni e la densità dei più grandi allevamenti facilitano maggiormente la velocità di trasmissione, talvolta grazie anche a individui che hanno basse difese immunitarie dovute anche al sovraffollamento. L’alto rendimento, scopo di qualsiasi produzione industriale, rifornisce implicitamente e di continuo di individui vulnerabili, provvedendo carburante per l’evoluzione della virulenza.

Ironia della sorte, il tentativo di sopprimere questi focolai con l’abbattimento in massa degli animali – come nei recenti casi di peste suina africana, che ha provocato la perdita di un quarto dell’offerta mondiale di carne di maiale – può sortire l’involontario effetto di accrescere ulteriormente la pressione selettiva, favorendo l’evoluzione di ceppi ipervirulenti. Sebbene storicamente questi focolai si siano verificati nelle specie di allevamento in seguito a guerre o a catastrofi ambientali che peggiorano le condizioni degli allevamenti, è innegabile che l’aumento di intensità e virulenza di tali malattie sia stato fortemente favorito dal modo di produzione intensivo industriale.

Storia ed eziologia

Le epidemie sono in gran parte la conseguenza dell’industrializzazione, le quali sono fenomeno e non causa. Il caso del vaiolo e di altre pandemie avutesi in Nord America sono un esempio chiaro. La geografia fisica, ovvero la lontananza dal continente Europeo, avevano tenuto quelle popolazioni al riparo per lungo tempo ma i traffici commerciali e l’urbanizzazione a tappe forzate di Asia ed Europa a partire dal XVI secolo, hanno accorciato queste distanze fisiche seminando pestilenze tra le popolazioni amerinde. La prima epidemia di vaiolo si registra in Messico nel 1520 portata dagli spagnoli, sarà considerata eradicata 500 anni dopo, nel 1951.

L’Inghilterra, patria dello sviluppo industriale del Capitalismo, già dal 1600 vide un crescente impiego delle terre destinate ad allevamenti intensivi che furono sottratte ai contadini spingendo molti di loro verso i centri urbani e a condizioni di vita indegne. L’importazione di bestiame dal continente avrebbe poi in seguito causato ulteriori epidemie, rese ancora più aggressive dall’assenza fino ad allora di questi agenti patogeni sul suolo britannico.

Sebbene le epidemie si siano manifestate a più riprese nella storia fin dai tempi antichi – la prima di cui si ha notizia certa è la peste di Atene del 429-426 a.C. dove morì lo stesso Pericle – dal XVIII secolo in poi le epidemie assunsero via via la guisa di pandemie a causa dell’aumento dei traffici commerciali. Ogni volta che ve ne è stata possibilità, sotto il Capitalismo e ben prima di esso, le merci si sono spostate da un luogo all’altro. Tuttavia, questo conferma la tesi per cui quando il sistema economico si espande, totalizza ogni ambito della vita e copre l’intero pianeta ponendo il profitto al vertice, il gioco è fatto. Da qui si evince, senza nemmeno troppo sforzo, che la globalizzazione è iniziata da millenni, essa è semplicemente il processo storico dettato dal modo di produzione, perché è questo che determina la storia, piaccia o no! Non a caso Freud individuava i disagi che possono essere causati all’interno della compagine sociale. La società non è per Freud, come ritengono alcuni, fonte di disagio tout court, bensì il disagio è nella società, ovvero, causato dalle sue strutture e sovrastrutture.

Tornando alle epidemie inglesi, i caseifici di Londra furono uno dei focolai più prolifici di queste infezioni a causa della concentrazione di agenti patogeni dati da animali, loro derivati, uomini e scarse condizioni igieniche. I progressi della medicina tuttavia riuscirono ad arginare la diffusione e contenere il numero di vittime, per quanto possibile.

Nella storia le epidemie hanno sempre causato un grande riordino delle pratiche commerciali ed enormi sacrifici di massa. I progressi tecnologici e i vaccini, che spesso arrivano in ritardo e in misura insufficiente, hanno comunque aiutato a debellare pericolosi agenti patogeni e frenare la devastazione.

Tuttavia, mentre in Europa – e in Inghilterra – i danni furono in un certo modo contenuti, altrove le conseguenze furono molto più devastanti.

Come ben sappiamo, il XIX secolo fu il periodo di maggiore espansione imperialistica delle potenze europee. La colonizzazione dell’Africa ebbe così conseguenze drammatiche.

Negli anni 90 del 1800 esplose un’epidemia di peste epizootica in Africa che si ritiene abbia ucciso ben oltre 5 milioni di capi tra bovini, ovini, capre e altri animali selvatici quali giraffe e bisonti. Un terzo della popolazione in Etiopia e due terzi della popolazione Masai in Tanzania morirono a causa della carestia. Studi approfonditi ritengono che il virus fu introdotto dagli Italiani durante le campagne nel corno d’Africa, i quali fecero arrivare bovini dall’india. La pestilenza giunse fino al Sud Africa.

Lo spopolamento causato dalla carestia favorì l’invasione di sterpaglie nella savana creando l’habitat ideale per la mosca tse-tse che provoca la tripanosomiasi africana o malattia del sonno, patologia parassitaria che colpisce sia gli esseri umani che gli animali e che ancora oggi miete migliaia di vittime ogni anno, secondo alcune stime almeno 10 mila ma quei morti sono lontani dai nostri Paesi avanzati e non mandano in blocco i nostri sistemi sanitari.

Ma in Europa ci lamentiamo di questi africani che invadono i nostri Paesi industrializzati e rubano il nostro benessere che noi abbiamo costruito con tanto sacrificio e parsimonia. La reazione che dovrebbe provocare una tale insulsaggine non dovrebbe essere descritta per non destare a sua volta voltastomaco!

Il XX Secolo

Nel 1906 il giornalista americano Upton Sinclair scrisse il romanzo The Jungle (La Giungla) che non sarebbe male venisse letto soprattutto da quelli che ancora oggi manifestano sentimenti di razzismo verso immigrati e disgraziati di questo mondo. Si trova qui su Amazon al modico prezzo di 4 Euro

Il romanzo descrive la condizione degli operai immigrati negli Stati Uniti che lavorano nelle industrie della carne delle città industrializzate. Benché Sinclair si proponesse di migliorare le condizioni dei lavoratori, la maggior parte della società americana del tempo si dimostrò alquanto preoccupata per le scarse condizioni igieniche con cui veniva prodotto il suo cibo. A questo proposito furono eloquenti le parole di Sinclair, “Ho mirato al cuore del pubblico e per caso l’ho colpito allo stomaco.” Qualcuno pensa che oggi non sia lo stesso? L’aspetto positivo fu tuttavia che ciò portò alla promulgazione della legge chiamata Meat Inspection Act che migliorò le condizioni igieniche e solo come conseguenza anche quelle degli operai, sebbene sempre precarie, si intende!

Ma le malsane condizioni nei macelli, nelle aziende agricole e negli allevamenti, così come in tutte le industrie di produzione di cibo e bevande, sono ancora presenti e non solo nei Paesi in fase di sviluppo. Tali condizioni favoriscono ovviamente la diffusione di agenti patogeni. I primi a farne le spese sono sempre gli operai e le classi più svantaggiate del luogo ma in seguito chiunque di noi mangi quel cibo è a rischio.

L’influenza spagnola 1918-1919

L’epidemia di H1N1 che esplose nel 1918 fu chiamata spagnola in modo indebito. Si era ancora nella Prima guerra mondiale e gli stati belligeranti non accettavano che si facesse disfattismo parlando di pestilenze. Dato che la Spagna era neutrale, i giornali spagnoli potevano parlarne e annunciarono che il re Alfonso XIII ne era rimasto colpito (in seguito guarì). Fu così chiamata influenza spagnola ma non partì dalla Spagna.

Studi compiuti anche di recente concordano che il focolaio prese piede in Kansas negli USA, in un campo di addestramento militare. I soldati americani che in seguito sbarcarono in Francia diffusero così l’epidemia. Tutto ebbe però inizio negli allevamenti del Midwest americano. Un’altra teoria dice invece che il primo focolaio fu qui in Europa e che le cattive condizioni igieniche, la malnutrizione, la guerra e il sovraffollamento urbano, nonché gli stessi festeggiamenti per la fine del conflitto, contribuirono tanto al diffondersi quanto a provocare una altissima mortalità di quella che oggi è ritenuta una forma influenzale tutto sommato facilmente curabile. Il bilancio delle vittime non appare tanto agevole, è stimato con un’ampissima forbice tra i 17 e i 50 milioni di morti ma un recentissimo studio inglese parla di un numero tra i 50 e i 100 milioni di morti negli anni in cui imperversò tra il 1918 e il 1919.

Da notare, in ogni caso, che gli anni successivi al primo conflitto mondiale furono cruciali per l’agricoltura statunitense. Si cominciò da allora ad implementare metodi di produzione di tipo industriale, sempre più meccanizzazione e maggiore intensività.

La crisi del Dust Bowl, la cosiddetta tempesta di sabbia, come riportato nel celebre romanzo Furore del premio Nobel per la letteratura John Steinbeck del 1939 è un esempio eloquente. Ma anche Uomini e Topi  dello stesso autore, romanzo del 1937 che dice molto della condizione precaria dei braccianti nelle fattorie americane e della loro continua mobilità.

Il fatto è che la cultura è diventata un optional e troppo pochi leggono, soprattutto in Italia, si preferisce ascoltare cosa hanno da dire seducenti personaggi con milioni di followers nei social.

Il degrado dell’assistenza sanitaria nei Paesi industrializzati

Dire che i Paesi sottosviluppati (oops… il politicamente corretto tanto caro ai progressisti imporrebbe di usare l’espressione in fase di sviluppo) abbiano sistemi sanitari è un azzardo, visto che non hanno nemmeno la forza di alimentare il proprio popolo figuriamoci uno straccio di struttura che possa assomigliare ad una assistenza sanitaria.

In cambio, i Paesi sviluppati (questo non dovrebbe essere motivo di disgusto per i progressisti e se lo è pace all’anima loro!) avevano un sistema di assistenza sanitaria definito universale. In altre parole, i cittadini erano curati a prescindere dal censo e dalle loro possibilità economiche. Questo accadeva anche negli Stati Uniti, ebbene sì! Fino al 1942 negli Stati Uniti il sistema di assistenza sanitario era simile a quello dei nostri Stati Europei ma una legge emessa sotto la presidenza F. D. Roosevelt, Stabilization Act of 1942, autorizzava il presidente ad emettere un ordine per la stabilizzazione dei prezzi, dei salari e degli stipendi ai livelli della data del 15 settembre 1942. La legge escludeva dalla stabilizzazione “le prestazioni assicurative e pensionistiche pari ad un importo ragionevole da determinarsi a cura del Presidente.” Una delle conseguenze della stabilizzazione salariale fu che i datori di lavoro, incapaci di fornire salari più elevati ai dipendenti e allo scopo di non perdere forza lavoro, cominciarono ad offrire piani assicurativi, compresi pacchetti di assistenza sanitaria come vantaggio marginale, quello che oggi chiamiamo benefit. Da qui ebbe inizio la pratica dell’assicurazione sanitaria sponsorizzata dal datore di lavoro e fu così che il sistema sanitario nazionale americano si smontò fino a divenire quello che conosciamo oggi. E sì, prima di parlare e fare propaganda sarebbe bene conoscere i fatti!

Nel corso del tempo, i sistemi sanitari dei Paesi della UE hanno cominciato a subire notevoli tagli, diminuendo i servizi in termini quantitativi e qualitativi. Questi tagli alla spesa pubblica, che fanno infuriare i sovranisti di ogni sorta, non sono una pretesa della vituperata Unione Europea, bensì delle esigenze di profitto del Capitale. Ma pensare che i sovranisti, i nazionalisti, i sinistrorsi e i destrorsi capiscano queste cose è come chiedere ad una gallina di cimentarsi a risolvere l’enigma della presenza di materia ed energia oscura nell’universo. O forse no! La gallina si avvicinerebbe molto più alla soluzione!!

Questi tagli alla spesa sanitaria si sono dunque tradotti in ogni Paese europeo in meno medicinali, meno prevenzione, meno posti letto, meno terapie intensive; insomma, in meno salute per tutti. Ora che il coronavirus sta mettendo a dura prova la tenuta delle strutture sanitarie, si palesa il fatto che l’emergenza è di natura più sistemica – non bastano le unità di terapia intensiva, il personale, etc. – che non propriamente naturale. A parte la gravità in sé della malattia per coloro che sono deficitari di risposte immunitarie, il sistema sanitario è in emergenza non perché Madre Natura ci ha teso un tranello e ci vuole sterminare, bensì perché le nostre prassi economiche, il modo in cui produciamo, consumiamo, investiamo e ci trastulliamo ha provocato questa planetaria crisi. Non combattiamo con un nemico subdolo e invisibile, il nemico è abbastanza in vista ma forse proprio per quello non lo riconosciamo.

Tuttavia, no, non pensate che la soluzione sia quella di dare sempre più forza allo Stato affinché abbia potere di controllo sull’economia e sugli investimenti. Dare questo potere allo Stato non cambierebbe la sostanza di una sola virgola. Gli esperimenti di socialismo di Stato ci hanno dimostrato come quei regimi fossero brutali e osceni, oltre che del tutto inefficienti economicamente.

La Natura, questa mitica creatura

Paradossalmente, da creature della Natura siamo passati a ritenerci creatori della Natura. Il creatore è colui che domina la creatura e pensa quindi di poterne fare ciò che vuole. Questa noi non la chiamiamo follia. La follia ha qualcosa di nobile, la follia è creativa e condividiamo il suo elogio come fece Erasmo da Rotterdam. Questa è genuina stupidità, miopia decerebrata, parossistica presunzione. Già qualcuno disse che la storia accade la prima volta come tragedia e la seconda come farsa. Ecco, noi siamo proprio nel pieno della farsa ma come attori siamo tutti molto scadenti e perfino vigliacchi.

Strappare territori alla terra per inurbarli e industrializzarli, come già detto, non fa altro che agevolare la diffusione di agenti patogeni che poi viaggiano spediti su autostrade gratuite insieme alla circolazione globale delle merci e delle persone. No, non abbiamo niente in contrario con il fatto che le persone siano libere di muoversi da un continente all’altro. Quello che ci fa specie è che questa libera circolazione non sia consentita a tutti e non con gli stessi mezzi.

L’insorgenza dei virus negli animali e nell’uomo sono fenomeni naturali ma le pandemie hanno molto a che vedere con il modo di produzione impiegato. Le pandemie, come questa pandemia, sono una fenomenologia del sistema con cui produciamo la ricchezza – e la nostra miseria!

Sorge una domanda a cui bisogna dare una risposta per non restare nel vago e per non scadere nelle vacue tesi progressiste e ambientaliste.

È vero che la produzione industriale di cibo ha un legame forte con i processi naturali che scatenano le pandemie?

Che i virus siano incorporati nelle produzioni intensive e che la devastazione di immense aree dove proliferavano virus sconosciuti che contaminavano la fauna non contaminata dalle interazioni umane, che per via di queste interazioni hanno avuto gioco facile nel fare il salto di qualità aggredendo l’uomo e spargendosi attraverso le vie del commercio mondiale ce lo spiega molto bene il biologo R.G. Wallace nell’opera sopra citata – Big Farm Make Big Flu – come già accaduto per la MERS (Middle East Respiratory Syndrome) e altre.

Wallace è molto chiaro quando spiega che questi virus, che già esistono in ambienti naturali, danno poi luogo a malattie deleterie per la nostra salute.

In altre parole, la sfera naturale è pienamente sussunta nel sistema di produzione industriale ed è pienamente globalizzata dalla sua fenomenologia mercantile. Non ci facciamo mancare proprio niente.

L’ecosistema è interamente monopolizzato dal Capitale, con buona pace di chi vuole addolcire il mostro e fare in modo che vengano emessi meno gas nocivi ma senza una alternativa che cambi i rapporti sociali in quanto alla modalità attraverso la quale devono essere prodotti beni e servizi.

L’Impero e la sua periferia

Il mondo è un impero il cui sovrano è il Capitale. Non ha faccia, non ha sedi, non ha luoghi e al tempo stesso ha il volto di tutti noi, ricopre tutte le sedi (istituzionali e non) e si trova in ogni luogo, perfino là dove governa quel pasciuto sbruffone di nord coreano che dice di essere comunista.

Questa crisi – che è sociale prima ancora che sanitaria – stravolgerà ogni cosa, dalle abitudini della gente alle norme che i governi prenderanno, in tutti i campi, a salvaguardia del… Bene Comune.

Il passaggio definitivo dal capitalismo di relazione – fatto di contatti diretti [dis]umani – a quello digitale – fatto di Cloud e di software intelligenti – è cosa fatta. Per favore, nessuno rimpianga i bei tempi andati, perché mentre qualcuno faceva bisboccia, c’era chi sputava sangue e non tanto per dire.

Gli Stati che faranno fatica a adeguarsi per magagne proprie tanto nel settore pubblico quanto in quello privato, saranno sempre di più ai margini dell’impero ma non per questo meno vessati e non per questo esclusi dal medesimo meccanismo tritacarne. In queste periferie le sofferenze saranno perfino maggiori, intere categorie saranno spazzate via e dei criceti che giravano la ruota resteranno solo gli scheletri.

Nuove opportunità si apriranno, sono già qui, ma non per migliorare la vita di tutti bensì per essere fatte proprie da chi ha maggiori capacità intellettuali e finanziarie. Anche la fortuna ogni tanto non guasta.

La filiera di produzione e distribuzione agricola e alimentare in generale sarà ripensata, rimodulata e subirà profondi cambiamenti. Non spingete troppo per farvi avanti, c’è già chi lo sta facendo.

Non si propongano, per favore, ricette di nazionalizzazione o economia in mano allo Stato. Cose per cui nutriamo un doveroso disgusto.

Nessun dubbio, dopo la guerra ci sarà la ricostruzione ma questi disastri accadranno ancora e ancora fintanto che il profitto sarà alla guida del sistema di produzione della ricchezza e della miseria.

La partita è aperta, vinca il migliore!

Avviso ai naviganti

Chi pensa che il Coronavirus riesca a sconfiggere finalmente il Capitalismo, ci scusi ma non ha capito con cosa ha a che fare, non conosce proprio la potenza della Cosa!

Chi si attende di vedere presto terminare questa emergenza, beh, sappia che siamo solo all’inizio.

Chi pensa che la scienza debba da ora in avanti guidare le nostre vite, allora sia pronto a rimanere deluso. La scienza non è certezza, essendo per antonomasia falsificabile altrimenti sarebbe dogma (quindi anti-scienza); in secondo luogo, essa non ha risposte in quanto alla possibilità di creare le condizioni per darci un’esperienza di vita completamente umana.

Chi spera che una volta terminata l’emergenza le cose ritornino come prima, avrà di che ricredersi. Questo è il momento per capire come si snoderanno le nuove dinamiche sociali ed economiche. Attenzione, vedi sopra cosa succederà ai criceti. Tanto per dare un’idea, mai sentito parlare di 11 Settembre?

Infine, non si sottovaluti l’aspetto della regolamentazione emergenziale. Quando i governi si allargano, poi non è facile farli retrocedere. Anche in questo caso, non vi dice niente la data 11 Settembre?

Buona fortuna!

P.S.: Questa crisi, come tutte le crisi, mette in luce la miseria della gente. Per alcuni questa miseria si chiama disperazione, per altri si chiama meschinità.

P.P.S.: Qualcuno ci ha detto come mai non abbiamo fornito grafici in questo lavoro? In un primo momento, consultandoci, ci è sembrata una mancanza, in effetti non ne abbiamo avuto il tempo. Poi ci siamo anche detti che in fondo quello che volevamo è che la gente leggesse cosa avevamo da dire. Il modo in cui abbiamo trattato il tema mette in evidenza concetti, eventi e rimandi storici che è necessario leggere per cogliere il messaggio. Avremmo potuto produrre alcune infografiche ma questo avrebbe richiesto un tempo molto più lungo e probabilmente avrebbe fornito un’informazione semplificata e riduzionista che è proprio quello che volevamo evitare.

Informazioni dettagliate sulla situazione Covid-19 potete trovarle a questi link

Johns Hopkins University

JHU Modeling 2019-nCov

JHU Resource Center

WHO Coronavirus

Nature – Scientific Reports

Una risposta su “Genesi di un virus. L’epidemia da coronavirus e perché non è un fenomeno inaspettato.”

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