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Coronavirus: provenienza, rischi e cosa dovremmo fare. Intervista con Robert Wallace.

Yaak Pabst ha realizzato un’interessante intervista con Robert G. Wallace per il sito tedesco marx21.de che noi abbiamo tradotto in italiano e riportato di seguito in questo post.

Abbiamo già parlato in questo sito di R. G. Wallace, l’autore di BIG FARMS MAKE BIG FLU, libro — scritto tra il 2015 e 2016 — nel quale egli indica l’industria agricola (tutto ciò che ha a che fare con la produzione del nostro cibo e in particolare gli allevamenti intensivi) come fonte di agenti patogeni.

Per quella che è la mia personale esperienza, avendo a che fare con aziende del settore agroalimentare dal 1991 in Italia, vari Paesi Europei e nel nord America, mi accordo con le tesi di Wallace espresse nel suo libro, avendo potuto constatare le sue stesse valutazioni e preoccupazioni, sebbene i miei interventi in questo campo siano stati sotto l’aspetto economico, organizzativo e dei processi della qualità e non in campo biologico e sanitario, non avendone titolo. Tuttavia, nelle equipe di personale specializzato con cui ho avuto il piacere di collaborare, prendono parte agronomi, biologi, veterinari, ingegneri ambientali, genetisti etc. Presso varie di queste aziende non abbiamo potuto procedere alla definizione dei protocolli necessari per conseguire le certificazioni di qualità poiché mancavano i più elementari requisiti igienici. Non sto parlando di aziende situate nei Paesi in via di sviluppo – abbiamo avuto a che fare anche con quelle – sto parlando dei Paesi industrializzati del nostro cosiddetto primo mondo, Italia compresa, naturalmente.

Non ho mai sposato, né sposerò mai, alcuna tesi complottistica, non solo per l’ingenuità intellettuale dei suoi ragionamenti astrusi (non voglio infierire) ma anche perché la ricerca del capro espiatorio che rimette ai fantomatici poteri forti ogni responsabilità non porta nessuna soluzione, proprio per la sua inadeguatezza a spiegare i fenomeni della realtà. E quale è la nostra realtà se non quella di vivere in un mondo dove tutto è solo profitto e niente che non lo massimizzi ha valore? L’indigenza intellettuale delle tesi cospirazioniste può anche richiamare tanti visitatori sui blog, sui social o su YouTube e questo ci dice che la crisi esistenziale cui sono soggetti gli individui è sintomo di un virus perfino peggiore di quello che provoca il Covid-19 e non appare esserci rimedio e nessun vaccino in vista.

R. G. Wallace è uno scienziato proveniente da una famiglia di scienziati, è un epidemiologo e biologo statunitense di grande fama e preparazione con ben 95 pubblicazioni scientifiche a suo merito e attualmente è professore associato presso la University of Minnesota Twin Cities, Institute for Global Studies Minneapolis, USA.

Robert G. Wallace
R. G. Wallace

Wallace risponde alle domande di Pabst in lingua inglese, il titolo dato da Pabst alla sua intervista con lo studioso è Corona virus: The agricultural industry would risk millions of deaths che possiamo tradurre come: Coronavirus: L’industria agricola sottopone a rischio di morte milioni di persone.

È importante segnalare che l’intervista è stata rilasciata intorno alla metà di Marzo 2020 e, visto il suo tenore, questo la rende ancora più interessante e certamente depone a favore della grande preparazione e capacità scientifica di Wallace.

Quanto è pericoloso il SARS-COV-2 e la sua malattia Covid-19?

Dipende da dove ti trovi rispetto alla temporalità del focolaio di Covid-19, ovvero se ti trovi nel momento iniziale, nel pieno del picco, o nella fase tardiva. Quanto riesce ad essere efficace la risposta della sanità pubblica. Quali sono le caratteristiche demografiche del luogo in cui vivi. La tua età. Se sei compromesso dal punto di vista immunitario. Qual è il tuo stato di salute in generale. È necessario porre una domanda a cui però non si può facilmente rispondere: la tua immunogenetica, la genetica sottostante alla tua risposta immunitaria, combacia col virus o no?

Ritieni che tutto questo clamore attorno al virus sia solo una tattica per creare paura?

No, certamente no. All’inizio dell’epidemia, il tasso di mortalità del Covid-19 oscillava tra il 2 e il 4% nella zona di Wuhan. Fuori da Wuhan, il tasso di mortalità sembra scendere intorno all’1% e anche meno a seconda dei punti. In alcuni posti in Italia e negli Stati Uniti vediamo che varia parecchio. Possiamo considerare che la sua letalità non è alta in confronto, ad esempio, al 10% della SARS, al 5-20% dell’influenza del 1918 (c.d. spagnola ndr), al 60% dell’influenza aviaria H5N1, o al 90% di alcuni stadi dell’Ebola. Certamente supera il tasso di mortalità pari allo 0,1% dell’influenza stagionale. In ogni caso il pericolo non è solo una questione di tasso di mortalità. Dobbiamo confrontarci con quella che viene chiamata penetrazione o tasso di attacco alla comunità: ovvero quanta della popolazione globale viene interessata dal contagio.

Puoi essere più specifico?

Attualmente gli spostamenti nel mondo hanno raggiunto un livello senza precedenti. Senza vaccini o antivirali specifici per i coronavirus, né – almeno finora– alcuna immunità di gregge, anche un ceppo con solo l’1% di mortalità può rappresentare un pericolo considerevole. Con un periodo di incubazione che può arrivare fino a due settimane e un’evidenza crescente di alcuni contagi precedenti alla malattia – ossia prima di sapere se le persone sono infette – pochi luoghi possono reputarsi esenti dall’infezione. Se, diciamo, il Covid-19 registrasse un 1% di letalità su un numero di persone positive pari a 4 miliardi, questo vorrebbe dire 40 milioni di morti. Una piccola percentuale di un numero grande è pur sempre un numero elevato.

Sono numeri spaventosi per un agente patogeno che apparentemente non sembra essere tra i più pericolosi.

Assolutamente sì. E siamo solo all’inizio del contagio. È importante capire come le infezioni cambiano nel corso dell’epidemia. Infettività, virulenza, o entrambe, potrebbero attenuarsi. D’altra parte, però, nuovi focolai possono accendersi e spargere la virulenza. La prima ondata della pandemia influenzale nella primavera del 1918 (influenza spagnola, ndr) causò un’infezione relativamente mite. Sono state la seconda e la terza ondata durante la fine del 1918 e fino al 1919 che hanno ucciso milioni di persone (una recente ricerca inglese ha stimato il numero di vittime tra i 50 e i 100 milioni, ndr)

Coloro che non credono alla pandemia sostengono che il coronavirus abbia contagiato e ucciso meno pazienti dell’influenza stagionale. È così?

Sarei il primo ad esserne contento se fosse vero ma non lo è. Questi tentativi di liquidare il Covid-19 come una minaccia trascurabile citando altre malattie letali, specialmente l’influenza stagionale, è una costruzione retorica per far credere che la preoccupazione attorno al Covid-19 sia esagerata.

Quindi la comparazione con l’influenza stagionale è errata?

Ha poco senso paragonare due patologie quando queste si trovano in punti differenti delle loro curve epidemiche. Sì, l’influenza stagionale infetta molti milioni di persone in tutto il mondo ogni anno, causando ben 650.000 vittime all’anno, secondo dati OMS. Covid-19 è solo all’inizio. del suo viaggio epidemico e, al contrario dell’influenza, non abbiamo vaccino né immunità di gregge per rallentare il contagio e proteggere gli individui più vulnerabili.

Anche se l’accostamento è fuorviante, entrambe le patologie appartengono ai virus, ad un gruppo specifico di loro, i virus RNA. Entrambe colpiscono la zona della bocca e della gola e a volte anche i polmoni. Entrambe sono molto contagiose.

Queste sono similitudini superficiali che trascurano una parte essenziale della comparazione delle due patologie. Sappiamo molto sulle dinamiche dell’influenza, sappiamo molto poco di quelle del Covid-19. Queste ultime sono avvolte dal mistero. In realtà, ci sono molte cose del Covid-19 che sono impossibili da conoscere fino a quando il contagio non raggiunge il suo picco. Allo stesso tempo, è importante capire che non è un problema di Covid-19 versus influenza. È Covid-19 e influenza. L’emersione di più infezioni capaci di diventare pandemiche, che attaccano popolazioni in modo combinato, è qui il problema centrale.

Hai studiato le epidemie e le loro cause per molti anni. Nel tuo libro “Big Farms Make Big Flu” cerchi di connettere le pratiche zoo-agricole industriali, quelle organiche e l’epidemiologia virale. Quali sono le tue conclusioni?

Il vero pericolo di ogni nuovo focolaio è il fallimento o, per meglio dire, in questo caso, il rifiuto di comprendere che ogni nuovo caso di Covid-19 non è un incidente isolato. L’aumento dell’incidenza dei virus è strettamente legato alla produzione alimentare e ai profitti delle multinazionali. Chiunque voglia comprendere come mai i virus stanno diventando più pericolosi deve indagare il modello industriale dell’agricoltura e in particolare la produzione del bestiame. Al momento, pochi governi e pochi scienziati sono pronti a farlo. Tutto il contrario di ciò che andrebbe fatto. Quando nuovi focolai esplodono, i governi, i media e perfino la maggior parte del personale medico sono talmente concentrati sulle nuove emergenze che non si curano delle cause strutturali che causano in maniera così copiosa questi agenti patogeni, i quali diventano, uno dopo l’altro, delle vere e proprie celebrità mondiali (si parla di loro e di cosa succede ma non si indagano le cause primarie).

Di chi è la colpa?

Ho detto l’agricoltura industriale, ma bisogna adottare una prospettiva più ampia. Il capitale [le grandi imprese dotate di grandi risorse finanziarie] è in prima linea nell’accaparrarsi terre nelle ultime foreste vergini e nelle piccole proprietà terriere ovunque siano disponibili nel mondo. Questi investimenti portano con sé la deforestazione e il progredire di malattie. La diversità e complessità funzionale che queste grosse parti di territorio rappresentano sono messe a dura prova. Di conseguenza, agenti patogeni che prima erano importati adesso si impiantano nel bestiame e nelle comunità umane locali. Per dirla in breve, i centri del grande capitale come Londra, New York, Hong Kong dovrebbero essere considerati i primi focolai di contagio.

Di quali malattie parliamo?

Non ci sono agenti patogeni slegati dall’azione economica a questo punto. Anche quelli che potremmo considerare i più lontani ne sono coinvolti, come Ebola, il virus Zika, i coronavirus, la febbre gialla, una varietà di influenze aviarie e l’influenza suina africana. Questi sono alcuni tra i molti agenti patogeni che avanzano dai più remoti luoghi periferici verso le zone peri-urbane, poi fino alle centri urbani e le città facendosi strada attraverso la rete globale di trasporti. Dai pipistrelli erbivori del Congo arrivano ad uccidere i bagnanti di Miami in poche settimane.

Quale è il ruolo delle multinazionali in questo processo?

Il pianeta Terra è ormai diventato il Pianeta Fabbrica di Cibo, sia per biomassa che per porzione di terra utilizzate. L’agroindustria sta puntando a mettere all’angolo il mercato alimentare. La quasi totalità del progetto neoliberista è basata sul supportare l’espropriazione di terreni e risorse dei paesi più deboli da parte delle aziende dei paesi industrializzati. Il risultato è che parecchi di questi nuovi agenti patogeni, precedentemente tenuti sotto controllo dagli ecosistemi a lunga evoluzione delle foreste, vengono liberati e minacciano il mondo intero.

Quali sono gli effetti dei metodi produttivi dell’agroindustria su tutto questo?

L’agricoltura orientata a massimizzare il profitto rimpiazza ecosistemi naturali e offre le condizioni ideali agli agenti patogeni per evolvere e sviluppare i fenotipi più virulenti e contagiosi. Non si potrebbe immaginare un sistema migliore per sviluppare malattie mortali.

Ovvero, in quali termini?

Allevare monoculture genetiche di animali domestici rimuove ogni tipo di barriera immunologica in grado di rallentare la trasmissione. Grandi densità di popolazione [di animali negli allevamenti] facilitano un più alto tasso di contagio. Condizioni di tale sovrappopolamento debilitano la risposta immunitaria collettiva. Alti volumi di produzione, aspetto ricorrente di ogni produzione industriale, forniscono una continua e rinnovata scorta di individui esposti ad ammalarsi, combustibile per l’evoluzione della virulenza. In altre parole, l’agroindustria è talmente concentrata sui profitti che l’essere colpiti da un virus che potrebbe uccidere un miliardo di persone è considerato come un rischio che val la pena correre.

Cosa dici?

Queste multinazionali possono tranquillamente esternalizzare i costi delle loro operazioni epidemiologicamente pericolose. Chi ne paga le conseguenze sono gli stessi animali, i consumatori, i contadini, gli habitat locali e i governi. I danni sono tanto estesi che se dovessimo conteggiarli nei bilanci delle stesse multinazionali l’agroindustria, per come la conosciamo, cesserebbe di esistere. Nessuna multinazionale potrebbe sostenere i costi reali dei danni che produce. [Confermo tutto questo, per averlo toccato con mano più e più volte, ndr]

Su molti media si afferma che l’epicentro del coronavirus sia stato un “mercato di cibo esotico” a Wuhan. Questa descrizione è veritiera?

Sì e no. Ci sono indizi concreti in favore di questa ipotesi. Il tracciamento dei contatti ha ricollegato infezioni al Mercato ittico all’ingrosso di Hunan a Wuhan, dove si vendono animali selvatici. Il campionamento ambientale sembra individuare la parte occidentale del mercato, dove vengono tenuti questi animali. Ma quanto all’indietro dobbiamo tornare per ripercorrere le tracce? In quale momento è effettivamente iniziato l’imprevisto? Il focalizzarsi sul mercato perde di vista l’origine del problema, cioè quello delle pratiche agroindustriali fin nell’entroterra e la sua crescente industrializzazione. A livello globale, e in Cina, la produzione di cibo derivato da animali che crescono in ambienti silvestri sta diventando un settore economico a sé molto redditizio. Tuttavia, le sue relazioni con l’agricoltura industriale vanno ben oltre l’essere entrambe proprietà degli stessi gruppi miliardari. Non appena la produzione industriale – che sia di maiale, pollame o altro – si espande nelle foreste, mette pressione ai cacciatori di selvaggina, che sono costretti a cercarla più in profondità, aumentando l’interfaccia e lo “spillover” di nuovi agenti patogeni, tra cui il Covid-19.

Il Covid-19 non è il primo virus nato in Cina che il governo ha cercato di insabbiare.

È vero, ma in questo la Cina non fa eccezione. Anche gli Stati Uniti e l’Europa sono stati epicentro di molte nuove forme influenzali. Di recente l’H5N2 e l’H5Nx, e le multinazionali occidentali, con i loro avamposti neocoloniali sono state responsabili dell’emergenza dell’Ebola in Africa occidentale e della Zika in Brasile. I funzionari statunitensi della sanità pubblica hanno coperto le aziende americane sia durante l’epidemia di H1N1 (2009) che durante l’H5N2. (H1N1, sottotipo dell’influenza umana di tipo A associato con l’epidemia di influenza spagnola del 1918 – H5Nx, influenza aviaria, ndr).

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha dichiarato lo stato di pandemia. È una misura corretta?

Certo. Il pericolo di un agente patogeno simile è che le autorità sanitarie non abbiano il polso sulle statistiche riguardanti la distribuzione del rischio. Non abbiamo idea di come il virus possa rispondere. Siamo passati da un focolaio in un mercato a un’infezione diffusa in tutto il mondo nel giro di poche settimane. L’agente patogeno potrebbe semplicemente estinguersi, sarebbe magnifico ma non possiamo saperlo. Una migliore preparazione aumenta le probabilità di minare alla base la velocità di propagazione del virus. La dichiarazione dell’OMS è anche parte di quello che io chiamo “teatro della pandemia”. Le organizzazioni internazionali sono scomparse. Torna in mente la Società delle Nazioni [la prima organizzazione intergovernativa che fu sciolta nel 1946 a seguito del fallimento nel non sapere gestire la crisi che portò alla Seconda guerra mondiale, ndr]. L’ONU [costituita il 24 ottobre 1945, ndr] è sempre preoccupata della sua rilevanza, del suo potere, dei suoi finanziamenti. Ma questo “azionismo” dovrebbe piuttosto convergere sull’effettiva preparazione e prevenzione di cui il mondo ha bisogno per interrompere la catena di trasmissione del Covid-19.

I sistemi sanitari di molti paesi sono stati ridimensionati a causa degli interventi di matrice neoliberista. Ciò ha peggiorato sia la ricerca che la cura dei pazienti, per esempio negli ospedali. Quali differenze potrebbe fare un sistema sanitario sostenuto con maggiori finanziamenti nella lotta contro il virus?

C’è la terribile ma significativa vicenda di un dipendente di un’azienda di attrezzature mediche che, appena tornato dalla Cina con sintomi simili a quelli dell’influenza, fece la cosa più giusta verso la propria famiglia e la propria comunità, richiedendo all’ospedale locale un tampone per Covid-19. Era preoccupato che la sua assicurazione, quella minima garantita dalla cosiddetta legge Obamacare, non coprisse il costo del test. Aveva ragione. Dovette infatti pagare di tasca propria ben 3.270 dollari. Gli americani dovrebbero rivendicare l’approvazione di un decreto d’emergenza che stabilisca che, in caso di pandemia, tutte le spese mediche legate ai test per infezione e per la cura, in seguito a un tampone positivo, vengano pagate dal governo federale. Bisogna incoraggiare le persone a cercare aiuto, piuttosto che a nascondersi – infettando altre persone – perché non possono permettersi di pagare le cure. La soluzione più ovvia sarebbe un sistema sanitario nazionale, perfettamente organizzato e attrezzato per affrontare emergenze così pervasive nella comunità affinché nessuno occulti il proprio stato di salute.

Ovunque i governi reagiscono con misure autoritarie e pesanti, come la quarantena obbligatoria di intere aree, regioni e città. Misure così drastiche sono giustificate?

Utilizzare un focolaio per testare le ultime novità in termini di controllo autocratico post-focolaio è dominio dei disastri fuori controllo. In materia di salute pubblica, preferirei sbagliarmi nell’eccesso di fiducia e indulgenza, che sono variabili epidemiologiche importanti. Senza di esse, la sola funzione repressiva perde il supporto della popolazione. Senso di solidarietà e rispetto reciproco sono aspetti cruciali nel promuovere la cooperazione di cui abbiamo bisogno per sopravvivere a queste minacce. Quarantene autoimposte, con il dovuto supporto – controlli da parte di assemblee di quartiere ben organizzate, consegne di cibo porta-a-porta, permessi di lavoro, sussidi di disoccupazione – possono suscitare quel sentimento comunitario per cui ci siamo dentro tutti e tutti insieme.

Conservatori e neonazisti, come l’AfD in Germania [in Italia vari partiti di destra più o meno estrema, ndr], hanno cominciato a diffondere rapporti (falsi) sul virus e a richiedere al governo misure più autoritarie: voli interdetti e stop agli ingressi dei migranti, chiusura dei confini e quarantene forzate…

I divieti di viaggiare e la chiusura dei confini sono rivendicazioni con cui l’estrema destra vuole dare una patente razzista a malattie diffuse a livello globale. Tutto ciò, ovviamente, non ha senso. A questo punto, dal momento che il virus si sta diffondendo ovunque, la cosa più importante da fare è lavorare per migliorare la capacità di risposta della sanità pubblica, in modo che, chiunque si presenti con un’infezione, possa essere curato. Chiaramente, è necessario in primo luogo smettere di sottrarre terre in altri paesi e provocare esodi migratori, così da impedire sul nascere l’emergere di nuovi patogeni.

Quali potrebbero essere alcuni dei cambiamenti sostenibili?

Nell’ottica di ridurre l’insorgere di nuove epidemie, deve cambiare radicalmente la produzione alimentare. Autonomia degli agricoltori e un forte settore pubblico possono contenere l’impatto ambientale e scacciare le infezioni. Bisogna introdurre riserve e colture – e ripristinare aree non coltivate nelle aziende agricole e a livello regionale. Così come permettere agli animali di riprodursi sul posto per consentire loro di sviluppare e trasmettere il proprio patrimonio immunitario. Fornire sussidi e favorire l’acquisto per supportare la produzione agro-ecologica e infine difendere questi provvedimenti sia dalle coercizioni che l’economia neoliberista impone sugli individui e sulle comunità sia dalle minacce della repressione statale a guida capitalistica.

Cosa si dovrebbe richiedere di fronte alle crescenti dinamiche di epidemie virali?

L’agroindustria, come forma di riproduzione sociale, deve terminare per davvero, anche solo per una questione di salute pubblica. La produzione altamente capitalizzata di cibo dipende da pratiche che mettono in pericolo la totalità della specie umana, in questo caso contribuendo a provocare una nuova mortale pandemia. Dovremmo rivendicare la socializzazione dei sistemi alimentari in modo da impedire sul nascere l’emersione di nuovi patogeni così pericolosi. Ciò richiederà in primo luogo di armonizzare la produzione di cibo con le esigenze delle comunità agricole e, inoltre, di implementare pratiche agro-ecologiche che proteggano l’ambiente e gli agricoltori nel momento in cui coltivano il nostro cibo. Su una scala più ampia, dobbiamo curare le fratture metaboliche che separano la nostra economia dall’ecologia. Detto in breve, abbiamo un pianeta da riguadagnare.

Articolo a cura di R. Mazzei